La Grande Negazione

La Grande Negazione

Negare sempre, contro ogni evidenza, oltre ogni logica. Negare per sopravvivere. Negare per fingere che il treno non sia a fine corsa.

A ben vedere avremmo dovuto capirlo già nel 2014, appena dopo il trionfo delle Europee 2014 quando accaddero due cose: il crollo di iscrizioni al PD e le elezioni regionali dell’Emilia Romagna.

Sarebbe stato lecito immaginare che – a fronte di un successo elettorale così netto, un leader giovane e un governo ampiamente rinnovato in carica da solo pochi mesi – il partito avrebbe dovuto avere un boom di iscrizioni e invece il crollo verticale: da 539354 a 366.000 (-32%). Più o meno nelle stesse settimane il PD rivinse le regionali in Emilia Romagna (e vorrei ben vedere), ma a fronte di un quasi dimezzamento dell’affluenza: dal 69% del 2010 al 37% del 2014. Una dirigenza responsabile avrebbe espresso preoccupazione per un così drastico calo nei due principali strumenti di partecipazione politica propri delle democrazie rappresentative: il voto e la militanza partitica. E invece nulla. In relazione al primo dato il vicesegretario Guerini commentò che “il nostro obiettivo era quota 300.000, abbiamo raggiunto i 366.000, siamo soddisfatti, è un risultato importante”, senza spiegare perché l’obiettivo fosse contenere le perdite al 55% del dato di partenza e quale inedita catastrofe fosse accaduta nei 12 mesi precedenti per indicare un’asticella così bassa. Mistero, più doloroso che glorioso.

Ragionamento analogo per le elezioni regionali in Emilia Romagna. Nessuna domanda sulle cause del disincanto in una regione che si era sempre fatta vanto della propria passione partecipativa e di una classe politica di sinistra riformista sempre orgogliosamente capace di sentire il polso della propria gente, del proprio popolo. E invece – per citare le parole di Matteo Renzi – la versione ufficiale fu: “vittoria netta. Massimo rispetto per chi vuole chiacchierare. Noi nel frattempo cambiamo l’Italia. La non grande affluenza è un elemento che deve preoccupare ma che è secondario.” Non grande affluenza…

Dopo quei due campanelli d’allarme si passò direttamente alle scampanellate alla porta del Nazareno, ma non furono udite. Le Regionali del 2015 videro una conferma del numero complessivo di presidenze conquistate dal centrosinistra (5 erano, 5 rimasero), ma con il fallimento evidente della strategia di sfondamento elettorale in direzione del blocco moderato di centrodestra. La scommessa politica erano Liguria e Veneto, dove vennero candidate due figure idealtipiche dell’Empireo renziano: Raffaella Paita e Alessandra Moretti, entrambi giovani, piacenti, prive di opinioni politiche autonome, dalla dichiarazione spregiudicata facile, ambiziose e fedeli al capo di turno. E furono due fiaschi di dimensioni epocali (la Moretti ottenne un imbarazzante 22% dei voti con 5 partiti a supporto) e il PD poté far “tornare i conti” solo grazie al blocco rosso Umbria-Toscana-Marche, a un candidato ostile a Renzi come Emiliano in Puglia e al sistema di potere, clientele e piacionerie di De Luca in Campania. Riflessioni? autocritiche, cambi di rotta? nessuno, semplicemente “abbiamo vinto 5-2”. Ma che bravi.

La sinfonia di sconfitte prosegue nell’annus horribilis del renzismo, il 2016: la sconfitta a Roma. Torino e Napoli e in decine di altre città e poi l’assurda e folle ordalia referendaria, con tanto di promessa non richiesta e non mantenuta di “lasciare la politica per sempre” in caso di sconfitta, in un crescendo di delirio personalistico, di drammatizzazione, di populismi di governo e di spese folli (14.000.000 di € secondo il tesoriere del PD, Bonifazi). La sconfitta – epocale – è ammessa solo per metà: “certo, non abbiamo vinto, ma quel 40% di SI è tutto nostro, nel merito avevamo ragione noi”. E dal giorno dopo la nuova sfida, ridiventare segretario del PD e al voto subito, come se nulla fosse.

Il resto è storia di poche settimane fa. Al congresso hanno votato solo 1.800.000 simpatizzanti (cioè 1.000.000 in meno rispetto al 2013). Renzi stesso ha perso circa 800.000 voti personali, mantenendo la propria percentuale di consenso interno sostanzialmente inalterata (dal 68 al 69%), questo malgrado la “pulizia etnica” delle minoranze interne, con l’uscita dal partito di 2 ex segretari (Bersani e Epifani) e due ex candidati segretario (Marino e Civati), la marginalizzazione dei “fondatori” (Prodi e Veltroni) e del precedente presidente del Consiglio Enrico Letta. E questo dato – a dir poco mediocre – è stato descritto come “la rivincita” dopo il disastro del 4 dicembre, quasi che prevalere in una conta interna fosse da porre sullo stesso piano con i 20.000.000 di NO ricevuti non solo sulla riforma costituzionale, ma soprattutto sull’esperienza di governo e sulla persona stessa di Matteo Renzi.

Insomma, dal 2009 (quando vinse le primarie a sindaco di Firenze grazie al “soccorso azzurro” di Verdini e tradendo il suo referente politico Lapo Pistelli) il solo talento non discusso di Matteo Renzi è quello di riuscire a farsi largo tra le competizioni interne al PD, ma appena lo scontro si sposta verso l’esterno, le cose cambiano in modo evidente e i risultati di ieri ne sono una ennesima conferma.

Questo nuovo insuccesso segue la stessa sceneggiatura dei precedenti e la risposta alle sconfitte è sempre la stessa: chiosare, sminuire, cambiare argomento dire che le cose sono andate bene, che tutto va per il meglio e che la “narrazione” non può essere disturbata dalla realtà. E poi bisogna sempre tenere l’asticella delle aspettative bassa, bassissima (sull’affluenza, sui comuni vinti, sui risultati ottenuti), dicendo che qualsiasi cosa accade in fondo era prevista, perché serve a continuare lo show. E’ un po’ la “strategia Commodo”, l’Imperatore tanto affamato di applausi facili e tanto amante dell’arena da scendere di persona a combattere nel Colosseo per la gioia della plebe. Ma troppo vile per affrontare avversari veri, preferendo felini vecchi e malati (più incazzati che pericolosi) e animali “esotici” fintamente pericolosi, come giraffe o struzzi: anche lui abbassava l’asticella per vincere facile, non lo dico io, lo dice la Historia Augusta, pettegola come sempre.

Se la scelta della dirigenza renziana fosse quella di un fiammeggiante Götterdämmerung la cosa potrebbe interessare marginalmente, se non fosse che siamo di fronte allo smantellamento dell’ultima struttura politica veramente popolare e organizzata del Paese e la sua progressiva marginalizzazione è un problema per l’intera democrazia italiana, non solo per il PD che ne paga il prezzo.

Pertanto la domanda è una sola: le sorti personali di Matteo Renzi e del suo gruppo di amici sono ancora legate a quelle del centrosinistra? oppure ormai per salvare il secondo bisogna necessariamente sacrificare il primo? Detto più chiaramente, nel PD sono consapevoli che il primo passo verso l’uscita dal tunnel è una rimozione del segretario in carica e l’accantonamento definitivo di una esperienza fallimentare sotto tutti i parametri di valutazione? Io temo che tale consapevolezza non ci sia e questo condannerà non solo il PD, ma l’intero centrosinistra italiano, per Dio solo sa quanto tempo.

Marco Cucchini | Poli@archia (c)

 

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