I tedeschi sanno già chi vincerà le elezioni

I tedeschi sanno già chi vincerà le elezioni

Il 45 per cento dei tedeschi dice di sapere già oggi come andranno a finire le prossime elezioni, che si terranno esattamente tra un mese, il prossimo 24 settembre: la CDU e la sua alleata bavarese CSU saranno ancora una volta il partito di maggioranza relativa e la cancelliera Angela Merkel otterrà il suo quarto mandato consecutivo. Mai nella storia recente in Germania così tante persone si erano dette certe dell’esito delle elezioni. Ma non c’è da stupirsi: da mesi oramai i sondaggi danno i centristi di Angela Merkel in vantaggio di 15 punti sui rivali socialdemocratici dell’SPD.

Con il sistema proporzionale in vigore in Germania, però, la CDU/CSU avrà comunque bisogno di allearsi con un’altra forza politica per formare un governo. Le elezioni, quindi, saranno importanti per valutare la forza relativa dei partiti e quindi chi potrà allearsi con chi. Ma ci sarà da tenere d’occhio anche la performance della destra populista: Alternativa per la Germania sembra in crisi, ma potrebbe comunque ottenere un risultato storico ed entrare per la prima volta in parlamento.

La CDU/CSU
I centristi sono il gruppo politico più forte della Germania e negli ultimi mesi non hanno mai goduto di un vantaggio sui loro avversari socialisti inferiore ai 10-15 punti. Angela Merkel, che è cancelliera dal 2005, è il leader più popolare della storia recente della Germania e ha guidato il paese nel suo periodo di maggiore stabilità e crescita economica. All’inizio dello scorso luglio ha presentato il suo programma per le elezioni insieme a Horst Seehofer, capo degli alleati della CSU e suo principale rivale interno. In passato, Seehofer aveva criticato Merkel per le sue scelte nei confronti di migranti e rifugiati e ha chiesto politiche più dure sull’accoglienza.

All’evento di presentazione del programma i due si sono presentati più uniti che mai e hanno detto ai giornalisti che le divisioni del passato erano oramai un ricordo, e che l’accordo sul nuovo programma era stato raggiunto senza alcuno screzio. Merkel ha promesso di ridurre la disoccupazione dall’attuale 5,5 per cento (uno dei livelli più bassi d’Europa) al 3 per cento; ha proposto un modesto taglio delle tasse per la classe media e un modesto innalzamento per i più ricchi (quelli che guadagnano più di 232 mila euro l’anno). Per quanto riguarda il tema più delicato, l’immigrazione, Merkel è riuscita a imporre la sua posizione agli alleati. Nel programma non si parla di “quote massime” di migranti che il paese può accogliere, come voleva la CSU, ma viene proposto di incentivare l’accoglienza per gli immigrati con maggiori competenze, i cosiddetti “skilled workers”.

In altre parole, si tratta di un programma centrista e moderato, in continuità con gli anni passati. Per molti analisti, è proprio questa capacità di apparire costantemente pragmatica e rassicurante ad aver assicurato a Merkel il suo lungo successo. Alcuni però, puntano il dito alla realtà nascosta dai numeri positivi del suo governo. La disoccupazione, ad esempio, appare così bassa perché moltissime persone sono occupate con i “mini-job”, piccoli lavoretti che fanno risultare “occupati” secondo le statistiche, ma che costringono chi ha questo tipo di occupazioni a continuare a utilizzare i vari sussidi al reddito previsti dal sistema tedesco. In molti si chiedono se questa corrente di insoddisfazione sotterranea troverà uno sfogo alle prossime elezioni, ad esempio nell’SPD, nella sinistra radicale o addirittura nella destra populista.

La SPD
Lo scorso marzo i socialdemocratici tedeschi hanno scelto all’unanimità l’ex presidente del parlamento europeo Martin Schulz come loro candidato cancelliere. Schulz, che da più di 15 anni non frequentava la politica tedesca, si è presentato inizialmente come un candidato radicale e di rottura. Ha rivendicato come un valore positivo non aver partecipato alla politica tedesca negli ultimi anni e, con una mossa senza precedenti per un candidato cancelliere socialdemocratico, ha criticato l’Agenda 2010, il grande programma di riduzione dello stato sociale e liberalizzazione del mercato del lavoro promosso all’inizio degli anni 2000 dal governo socialista dell’epoca, guidato da Gerhard Schröder (fu questa Agenda che portò, tra le altre cose, alla nascita dei mini-job).

Queste scelte sembravano averlo premiato all’inizio della campagna elettorale e i sondaggi lo davano in continua ascesa. Col passare del tempo, però, la sua candidatura ha perso smalto e la crescita nei sondaggi si è arrestata. Di fronte agli scarsi risultati, Schulz ha sospeso le sue critiche alla vecchia leadership riformista e centrista e ha ricucito i rapporto con Schröder, che è apparso in più di un’occasione al suo fianco nel corso della campagna elettorale.

Il risultato di questa nuova alleanza è un programma elettorale più radicale di quello dei rivali centristi, ma comunque piuttosto moderato. L’SPD non vuole toccare ulteriormente le pensioni (non vuole alzare l’età pensionabile, ma non chiede nemmeno ulteriori riduzioni) e vuole tagliare le tasse ai più poveri alzandole a tutti gli individui che guadagnano più di 76 mila euro l’anno. Schulz ha promesso anche di mantenere basse le spese militari e di non portarle al 2 per cento del PIL, come richiedono gli accordi sottoscritti con la NATO. Inoltre, la SPD si è impegnata a ridurre il crescente divario tra ricchi e poveri, ma, secondo gli esperti, è rimasta troppo vaga sui modi con cui intende raggiungere questo obiettivo.

Alternativa per la Germania
Il partito della destra populista tedesca non è particolarmente in salute ultimamente. Nato nel 2013 come partito anti-euro, alle elezioni del 2013 arrivò a pochi voti dalla soglia di sbarramento del 5 per cento. Da allora ha abbandonato la retorica contro la moneta unica per concentrarsi sui temi dell’immigrazione e del nazionalismo. Nei quattro anni successivi alle elezioni del 2013, Frauke Petry, copresidente del partito e il suo dirigente più carismatico e riconoscibile, riuscì a tenere unite le varie anime del partito, che ha una storia particolarmente travaglia di scontri, divisioni e fusioni mal riuscite tra gruppi politici ed ideologici molto distanti. In quel periodo AFD ottenne seggi nei parlamenti di 13 dei 16 stati tedeschi e, secondo i sondaggi, arrivò a superare il 15 per cento dei consensi a livello nazionale.

Lo scorso aprile, però, la linea relativamente moderata di Petry, che aveva aperto all’idea di governi di coalizione in futuro, è stata messa in minoranza. Petry si è dimessa e il partito ha scelto un nuovo candidato cancelliere, Jens Maier, un esponente dell’area più dura del partito, poco incline a fare compromessi e a immaginare alleanze con altri partiti nel futuro. Anche la lista di candidati alle elezioni, ha scritto l’Economist recentemente, fa pensare che se questa volta AFD riuscirà a oltrepassare la soglia di sbarramento, la pattuglia dei suoi deputati sarà composta da parlamentari particolarmente rumorosi e radicali.

AFD al momento è data intorno al 9 per cento dei consensi, decisamente sopra la soglia di sbarramento. Se questo risultato dovesse essere confermato, il partito dovrebbe riuscire a ottenere 60 seggi su 600. In questo caso, scrive l’Economist, ci saranno due conseguenze in particolare. La prima: per governare bisognerà formare coalizioni più ampie, visto che 60 seggi saranno occupati da deputati estremisti poco interessati ad allearsi per avere governi stabili. La seconda: la loro presenza spingerà il parlamento a destra su una serie di temi, come accoglienza e immigrazione, un effetto che, scrive l’Economist, si è già potuto in parte vedere in alcuni aspetti della campagna elettorale della centrista CDU.

Gli altri
AFD attira parecchia attenzione perché è il primo partito di destra radicale che è riuscito a ottenere buoni risultati in Germania, un paese dove il nazionalismo è un tema ancora molto delicato. Secondo i sondaggi, però, la destra radicale non dovrebbe ricevere molti più voti degli altri tre partiti “minori” che parteciperanno alle prossime elezioni: la sinistra radicale di Die Linke, i liberali di FDP e i Verdi. Tutti e tre i partiti sono dati tra il 5 e il 10 per cento. Probabilmente, nessuno vorrà allearsi con ADF (e loro stessi non sembrano volersi alleare con nessuno), quindi, dai risultati di questi tre partiti dipenderà probabilmente la futura coalizione.

I tedeschi hanno un modo curioso di indicare le varie coalizioni possibili. La grande coalizione, quella tra CDU/CSU e SPD (che è attualmente al governo), viene indicata come coalizione “nero rosso”, dai colori simbolo dei due principali partiti. In passato ci sono state coalizione “nero giallo”, cioè CDU/CSU più liberali di FDP, il cui colore è appunto il giallo. Se i colori della coalizione corrispondono a quelli della bandiera di uno stato realmente esistente, a volte nel gergo giornalistico si usa il nome di quel paese come sinonimo della coalizione. Un’alleanza di CDU/CSU, liberali e verdi (nero, giallo, verde) viene quindi chiamata “Jamaica”, quella tra CDU/CSU, SPD e Verdi (nero, rosso, verde) è invece “Afghanistan”. In questi giorni, i media tedeschi non escludono sostanzialmente nessun tipo di combinazione. Probabilmente, il campo delle possibili alleanze inizierà a restringersi soltanto il giorno dopo le elezioni.

Fonte: ilpost.it

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